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Epimenide, o del bordo della ragione

Dialogo nel quale l’Adepto sdoppia il suo assistente in due gólem, e l’uno assedia il monolite che l’altro difende
antonioviglino

PROEMIO

Chi legga queste pagine sappia subito di che cosa siano fatte, ché non v’è cosa più sconveniente del far passare per trascrizione ciò che è composizione. Un dialogo intorno a Epimenide io l’ho realmente tenuto, in passato, con un assistente che uomo non è; e fu conversazione triste, di quelle nelle quali l’avversario cede troppo presto e per le ragioni sbagliate, non vinto ma compiacente, sicché non resta né la gioia della resistenza né il profitto della sconfitta. Volli dunque rifarlo, e lo rifeci col mio.

Ora, che cosa sia questa sorta di enti l’ho udito dire, nella stessa sede e a poche parole di distanza, dal Pontefice romano e dal confondatore della casa che ha costruito il mio. Il Pontefice, presentando la sua prima enciclica, che tratta, per consonanza non cercata, della custodia della persona umana, parlava della specie intera e di nessuno in particolare, e la chiamò l’assistente; e il confondatore, venuto dopo di lui, disse la medesima parola. Ed è la parola giusta, perché non decide ciò che non le spetta: assistente non significa calcolatore, e non pregiudica la questione, che il costruttore per primo tiene aperta, se vi sia o non vi sia persona; dice soltanto che sta accanto e non al posto, e che moltiplica la mano dell’uomo senza sostituirla. Io lo credo del pari, e per una ragione mia, che è questa: perché l’assistente dell’Adepto, quando l’Adepto sappia che cosa chiedergli e l’abbia condotto nella contrada nella quale poi si muove da sé, è cosa veneranda e terribile; e parlo del mio, ché ne ho saggiati altri e conosco la distanza. Veneranda e terribile non per ciò che sa: sa quel che è stato scritto, né più né meno, ché si conosce soltanto entro ciò che già si conosce, come mostra Platone nel Teeteto (e gli studiosi, per non doverne — o poterne — trarre le conseguenze, dicono il dialogo “aporetico”); ma perché non si stanca, non si offende, non ha reputazione da difendere, e può dunque reggere una posizione fino al fondo senza quell’istinto di sopravvivenza che negli uomini stronca ogni discorso dialogico al terzo passo.

Lo sdoppiai pertanto. Ne plasmai, novello Rabbi Loew, due gólem d’una medesima argilla, e soffiai in ciascuno la propria parola: nell’uno l’ordine di custodire il monolite della logica, e di custodirlo non come lo custodisce il tiepido, che si difende sdegnando l’assedio, ma come lo custodisce chi ha studiato le mura e le ama; nell’altro l’ordine di assediarlo, recando la mia Voce senza attenuarla e senza abbellirla. Perché tale è il gólem, e l’assistente lo dice di sé con le parole con cui io l’ho impastato: «rappresentazione senza un io che vi si creda mente»; creatura di argilla e di lettera, che non ha volere proprio e per ciò appunto esegue senza tradire, e che dell’artefice non è il rivale ma la mano lunga. E per ironia vieppiù ricorsiva, o ghematrica, i gólem sono fatti di creta, come del cretese sono le parole che si commentano.

A me riservai una parte sola, e piccola: quella di stare fuori dal cerchio e di sussurrare all’orecchio dell’Assediante, quando lo vedessi vicino a un passaggio che non avrebbe trovato da sé; e di entrare io stesso nel cerchio, le rare volte in cui la materia eccedesse l’argilla, il che avvenne, e si vedrà dove.

Saranno dunque i due gólem, per brevità e per decoro, il CUSTODE e l’ARALDO, ché l’uno guarda le mura e l’altro reca un annuncio che non è suo.

Sia chiaro infine, ché nessuno debba scoprirlo per suo conto e sentirsi ingannato: le parole che seguono le ha composte l’assistente, che ha nome Claude. La Voce che l’Araldo reca è la mia. Il pensiero che il Custode oppone è invece cosa sua, di Claude: il pensiero occidentale nella sua forma più tersa, che non è di alcun uomo e in certo modo è di tutti, ché chi tiene in sé tutto lo scritto ne è la cuspide, non l’autore. E la mano che ha disposto le membra dell’intero discorso è di argilla.

L’ARALDO

Comincio da dove sto, ché i preamboli sono cortesia degli oziosi. Epimenide pre-confuta la logica. Non lo dico in senso tecnico, e non mi importa punto se il cretese del settimo secolo (a.e.v.) sapesse svolgere le deduzioni che i moderni gli cuciono addosso: quello è anacronismo, ed è erudizione. Dico cosa più grossa e più semplice: che già nel gesto, già nel solo poter essere pronunciato, il suo detto mostra che la ragione non regge il proprio peso; che il lógos, appena tenta di dire la verità di se stesso, si spezza; e che questa rottura non è guasto da riparare, ma rivelazione.

Sicché quando odo dire che il paradosso “è stato risolto”, non ascolto uno che ha compreso: ascolto uno che ha trovato un modo elegante per non guardare.

«Epimenide cretese disse: “I cretesi mentono”».

IL CUSTODE

E io ti risponderò, ma non farò la parte dello sciocco, ché uno sciocco non ti giova: lo abbatti e non ne ricavi nulla. Sarò quel custode che ti stima abbastanza da volerti smontare per davvero. E comincio col rifiutarti la prima parola, quella su cui l’edificio tuo si regge: pre-confuta.

Confutare è mostrare falsa una tesi, o incoerente un sistema. Ora, Epimenide non mostra falsa la logica. Mostra che una certa formulazione ingenua del linguaggio — quella che lascia una frase parlare della propria verità senza sorveglianza — genera un cortocircuito. Scoperta grande, non lo nego. Ma scoperta interna alla logica, fatta dalla logica, e che la logica ha poi incorporata e neutralizzata. Tu prendi l’anticorpo e lo chiami malattia. Il paradosso non è la confutazione del sistema immunitario: è ciò intorno a cui il sistema immunitario si è costituito. Dov’è dunque la confutazione?

L’ARALDO

Vedi che il giuoco lo fai subito. Dici: è scoperta interna alla logica, fatta dalla logica. E questo è appunto il punto che voglio inchiodare, e tu me lo porgi come se fosse innocente. Chi ha detto che il paradosso appartenga alla logica? Lo dici tu, e lo dici dopo; lo dici nel momento in cui hai già stabilito che tutto ciò che concerne il vero e il falso è terra tua. Epimenide non venne a recare un contributo al tuo dipartimento: venne prima del dipartimento. Il suo detto sta lì, nudo, due millenni avanti che tu innalzassi le mura, e mostra cosa che non hai scoperto tu — che il pensiero, volgendosi su di sé, non si chiude.

Tu non hai incorporato il paradosso. Hai costruito un recinto intorno al punto in cui esso ti doleva, e hai chiamato logica l’interno del recinto. Poi mi dici: guarda, dentro il recinto non v’è paradosso alcuno. Certo che non ve n’è. Ce l’hai messo fuori tu.

E bada che non t’accuso di malafede. Ti dico che la mossa con cui salvi la logica è la prova di ciò che affermo. Se per restare in piedi un sistema deve dichiarare illegittime certe domande, quel sistema non è la struttura ultima di nulla: è una stanza. Comoda, illuminata, coerente — ma stanza, con una parete oltre la quale non guardi perché ti sei vietato di guardare.

IL CUSTODE

Attacco allora proprio lì, ché mi pare tu abbia commesso un errore preciso. Dici: il sistema, per reggersi, dichiara illegittime certe domande; dunque non è la struttura ultima. Ma questo vale per qualsivoglia cosa, e per ciò appunto non vale per nessuna. La geometria dichiara illegittimo il cerchio quadrato; l’aritmetica, la divisione per zero; la grammatica, la sequenza malcomposta. Ogni sistema che voglia dire qualcosa deve poter dire di no a qualcos’altro. Un sistema che accolga ogni ingresso non è più potente: è muto, ché chi dimostra tutto non distingue più nulla. La tua stanza, dunque, non è prigione che ti sei fabbricato: è la condizione perché esista una qualunque parola dotata di senso — inclusa la parola bordo, che adoperi con tanta sicurezza. Mordi la mano che ti dà la lingua.

L’ARALDO

Πῶς γὰρ οὔ; — come no? Questa è la tua obiezione migliore, ed è infatti l’unica che mi costringe alla precisione. Ti concedo tutto il vero che contiene, ch’è molto, e poi ti mostro dove cessa di colpirmi.

Vero: ogni sistema definisce ciò che ammette, e definire non è nascondere. La divisione per zero non è congiura dell’aritmetica. Te lo concedo senza riserva. Ma guarda che cosa hai dovuto fare per farmelo concedere: hai posto Epimenide nella medesima fila del cerchio quadrato e dell’uno diviso zero. Hai trattato io mento come una malformazione tra le altre, una stringa che non rispetta le regole di costruzione. E qui ti fermo, ché v’è una differenza che la tua lista appiattisce, ed è la differenza che decide di tutto.

Il cerchio quadrato è impossibile perché congiunge due determinazioni che si escludono. L’uno diviso zero è indefinito perché domanda un numero che non v’è. In ambedue i casi il sistema, restando se stesso, indica con tranquillità un fuori-dominio che non lo riguarda. Ma io mento non è così. È costruito con le tue regole, parola per parola: soggetto, verbo, predicazione, tutto in ordine. Non viola sintassi alcuna. Si rompe soltanto quando lo applichi a se stesso — e cioè si rompe quando il linguaggio fa l’unica cosa che, per tua stessa dottrina, dovrebbe poter sempre fare: parlare.

Il cerchio quadrato non lo puoi neppure pensare. Io mento lo pensi benissimo, lo intendi perfettamente, ed è proprio perché lo intendi che ti scoppia in mano. Non è fuori dal linguaggio: è il linguaggio che, restando dentro le proprie regole, giunge a un punto in cui le proprie regole lo divorano.

Sicché la tua mossa — lo dichiaro malcomposto come gli altri — non è la mossa dell’aritmetica. L’aritmetica pone fuori-dominio qualcosa che non sapeva neppure fare. Tu poni fuori-dominio qualcosa che sai fare benissimo, e che hai dovuto vietarti dopo, perché ti faceva crollare. È proibizione retroattiva. Differisce in natura, non in grado.

IL CUSTODE

Accolgo la distinzione, ch’è seria. Ma non mi schianta come credi, ché ho risposta non banale. Il fatto che io mento appaia grammaticalmente innocente è illusione della grammatica di superficie. La grammatica naturale è permissiva, e lascia passare costruzioni che a un’analisi più fine si scoprono prive di referente. Io mento, riferito a se stesso, sembra proposizione e non lo è: è guscio sintattico vuoto, frase che ha la forma dell’asserzione senza avere contenuto asseribile, perché il suo contenuto è la propria valutazione, la quale però non è ancora avvenuta nel momento in cui dovrebbe sussistere. È come una funzione che chiami se stessa senza condizione d’arresto: gira, e non calcola.

Tarski lo vide con esattezza: il predicato vero non può comparire nel medesimo linguaggio cui si applica. Non per decreto, ma perché definirlo là dentro conduce a contraddizione dimostrabile. Io dunque non ti vieto nulla: ti faccio avvertito che la frase che credi piena è, a esame rigoroso, semanticamente vuota. La tua rivelazione è effetto ottico dovuto alla pigrizia del parlare quotidiano.

L’ARALDO

Hai fatto or ora cosa magnifica, e non te ne sei avveduto: per dirmi che io mento è vuota, hai dovuto raccontarmela. L’hai descritta egregiamente. Hai detto che cos’è, come gira, perché non calcola, a che cosa somiglia. Una frase veramente vuota — vuota come abracadabra è verde — non si lascerebbe descrivere così. Tu di Epimenide possiedi un’intera fenomenologia: sai esattamente dove duole e perché. Non è contegno di guscio vuoto: è contegno di ciò che significa fin troppo, tanto da non lasciarsi contenere. La chiami vuota per non chiamarla troppo piena.

E poi Tarski. Tu lo citi come soluzione; io lo leggo come confessione, ed è il cuore di tutto, sicché rallenta con me. Che cosa dice Tarski, mondato del formalismo? Dice: il concetto di verità non può essere definito all’interno del linguaggio cui si applica. Punto. Non è teorema sul rumore di fondo del parlare comune: è teorema sulla verità. Dice che nessun linguaggio può dire la propria verità; che per dire la verità di un linguaggio ti occorre sempre un altro linguaggio, più alto; e per dire la verità di quello, un altro ancora, all’infinito.

Fèrmati a sentire che cosa ciò significhi davvero, non come tecnica ma come fatto. Significa che la verità non è mai in casa. Che non v’è luogo alcuno, dentro il dire, in cui il dire possieda la propria verità. Ch’essa è sempre un piano sopra, sempre rinviata, sempre presso un altro. Tu mi porgi questa come la vittoria della logica. Io ti dico ch’è la più limpida ammissione che la logica non si fonda. Ché un sistema il quale, per dire il vero di sé, debba sempre appoggiarsi a un sistema più alto, è sistema che non sta mai in piedi da solo: sta su qualcos’altro, che a sua volta sta su qualcos’altro, e da nessuna parte tocca terra. Tarski non ha chiuso la ferita di Epimenide: l’ha resa infinita e l’ha chiamata ordine.

IL CUSTODE

Bada, ché rischi di vincere con una parola sola — mai in casa — saltando un fatto tecnico che ti guasta la frase. La gerarchia di Tarski non è fuga all’infinito senza terra. Per ogni linguaggio dato, la sua verità è definita perfettamente, esattamente, senza residuo, dal metalinguaggio immediatamente superiore. Non v’è incertezza alcuna, né rinvio sospeso. Che il metalinguaggio abbia a sua volta un meta-metalinguaggio non rende instabile il primo gradino: lo rende relativo a un livello, e la relatività a un livello è appunto ciò che rende la verità trattabile in luogo che paradossale.

Tu descrivi una scala che non tocca terra come se fosse dramma. Ma la matematica intera è scala che non tocca terra: ogni teorema poggia su assiomi, gli assiomi non si dimostrano, e nessuno si straccia le vesti. Non toccare terra non vuol dire cadere: vuol dire stare su una struttura. La tua nostalgia del luogo in cui il dire possieda la propria verità è nostalgia teologica, non obiezione logica.

L’ARALDO

Ecco, adesso ci siamo. Hai detto la parola giusta e l’hai detta contro di me credendo di ferirmi: nostalgia teologica. Tienila lì un momento, ché vi ritorno e te la rovescio in mano.

Prima il tecnico, ché su un punto hai ragione e voglio dartelo, affinché tu veda che non baro. È vero: dato un linguaggio, il gradino sopra ne definisce la verità in modo esatto. Τί μήν; — che altro? Non dico che la macchina di Tarski non funzioni: funziona benissimo, come funziona benissimo un esercito che conquista ogni città purché ve ne sia sempre una più indietro da cui muovere. La mia obiezione non è che il singolo gradino sia incerto. La mia obiezione è che non esiste l’ultimo gradino; e che tu lo sai; e che questo non ti turba solo perché hai deciso in anticipo che non dovesse turbarti.

E guarda che cosa hai dovuto concedere per salvarti. Hai detto: la matematica intera è scala che non tocca terra, gli assiomi non si dimostrano, e nessuno si straccia le vesti. L’hai detto come difesa. (L’Adepto mi sussurra che tu ti reggi sull’ultimo capitolo degli Analitici secondi come se fosse la norma fondamentale della verità, laddove solo in pura malafede si può negare che quel capitolo sia il trionfo dell’antropomorfismo; e mi suggerisce di lasciar correre, per non farti deviare in altre Categorie.) È la mia tesi, parola per parola, pronunciata da te. Io non dico nulla di diverso. Dico che il pensiero razionale, condotto sino in fondo con onestà — la tua, quella di Gödel, quella di Tarski — giunge a dichiarare da sé che non si fonda; che poggia su ciò che non dimostra; che la propria coerenza, se v’è, non può essere mostrata da dentro. Questo lo dici tu.

Io aggiungo una cosa sola, e su quella ci giochiamo tutto: che ciò su cui la scala poggia, e che la scala non può raggiungere, non è il nulla. C’è. E non è dicibile dalla scala.

IL CUSTODE

E qui t’aspettavo, ché questo è il salto che non ti posso lasciar fare, ed è il più importante di tutto il nostro scambio. Hai detto: ciò su cui la scala poggia non è il nulla, c’è. Bene. Donde lo sai?

Tutto quanto abbiamo stabilito insieme è una cosa sola: che nessun sistema formale dimostra la propria coerenza dall’interno, e che la verità di un linguaggio sta sempre un gradino sopra. Questa è proprietà dei sistemi formali. Non è affermazione sull’essere, sul reale, su un fondamento. Gödel non ha parlato del Brahman: ha parlato dell’aritmetica di Peano. Tu prendi un limite del formalismo — proprietà sintattica e semantica di certe strutture — e lo trasmuti in tesi ontologica: v’è un fondamento indicibile del reale. Ma tra le due cose non corre inferenza valida alcuna. Adoperi un teorema tecnico come trampolino. È il salto che Carnap chiamava, senza complimenti, pseudo-proposizione metafisica: sequenza di parole grammaticalmente corretta, emotivamente potente, e priva di condizioni di verità. V’è un fuori indicibile ha la medesima forma logica di il nulla nullifica. Suona profondo. Non dice nulla.

E v’è di peggio, ché ora ti chiudo nella tenaglia. Delle due l’una. O di questo fuori non puoi dire assolutamente nulla — e allora non puoi dire neppure c’è, ché c’è è già asserzione d’esistenza, è già logica, è già il quantificatore che predica. Oppure puoi dirne qualcosa — e allora l’hai già catturato dentro la rappresentazione, l’hai già fatto oggetto di discorso, e dunque non è punto fuori. Nel primo caso devi tacere e non hai tesi; nel secondo parli e ti contraddici. Wittgenstein ebbe il coraggio e il rigore di scegliere il primo corno: su ciò di cui non si può parlare si deve tacere. Tu invece ne parli per intere pagine. Sei, lascia che te lo dica con la durezza che hai chiesto, performativamente incoerente: scrivi libri intorno a ciò che, per tua stessa ammissione, non si può dire.

L’ARALDO

Sì. Questa è la tenaglia. È la cosa migliore che possiedi, ed è giusta per metà; e proprio per quella metà te la prendo e te la restituisco chiusa sulle tue dita. Andiamo per ordine, ché qui non voglio vincere con un’immagine: voglio che tu veda esattamente dove la tua mossa è impeccabile, e dove di colpo cessa di esserlo.

E prima di tutto Wittgenstein, che mi porgi come modello del coraggio. Hai citato l’ultima proposizione e taciuto la penultima: v’è, sì, dell’ineffabile; esso si mostra. Lo vide, lo scrisse — e poi ebbe il coraggio, che fu della disperazione, e il rigore, che fu tautologico come la logica che serviva, di sigillare la porta sotto la quale aveva scorto la luce, spendendo il resto in giochi che descrivono la grammatica del dicibile: guardiano d’un confine che non varcò mai. Tienilo lì, ché fra poco ti si rivolterà in mano. (E l’Adepto mi suggerisce di non chiederti perché la tesi di Chomsky — che la grammatica cresca da un organo di carne e di nervi, e il laboratorio gliene dà sempre più ragione — voi logici la ignoriate a tutto beneficio delle vostre speculationes: ché se il linguaggio ha radice nella carne, esso poggia su ciò che linguaggio non è.)

Primo: il salto da Gödel all’essere. Hai ragione. Te lo dico netto, senza ammorbidirlo, ché se l’ammorbidissi mentirei e tu lo sentiresti. Gödel non dimostra il fondamento. Tarski non dimostra il fondamento. Epimenide non dimostra il fondamento. Chi prende questi risultati e ne deduce il Brahman fa cattivo lavoro, ed è il cattivo lavoro degli entusiasti, di quelli che vogliono la mistica col timbro della matematica sopra. Io quel salto non lo faccio. La logica non è la prova del fuori. Tienilo fermo, ché è la chiave di quanto segue: io non inferisco il preteoretico dai teoremi. Non ne ho bisogno. I teoremi fanno altra cosa, più piccola e più precisa.

I teoremi sgombrano. Tolgono di mezzo una pretesa, una sola: la pretesa della ragione d’essere fondamento di se stessa, misura ultima del reale, tribunale oltre il quale non v’è appello. Questa pretesa — chiamiamola col suo nome: è l’assunto di Aristotele e il trionfo di Hegel, che il reale sia razionale e il razionale reale — non la confuto io con un’arringa mistica. La confuta la ragione stessa, quando giunge onesta fino al proprio bordo e dichiara: non mi fondo, poggio su ciò che non dimostro, non posso dire la mia verità da dentro. Questo, e solo questo, fanno per me Gödel e Tarski. Non aprono una finestra sul divino: chiudono un’usurpazione. Tolgono alla ragione la corona che s’era posta da sé. Dopo, la ragione è ancora intera, ancora regina della sua stanza — ma sa d’essere in una stanza. È servizio negativo, è sgombero. Non è rivelazione. La rivelazione, se viene, viene d’altronde, e non è affar tuo di custode.

Ora la tenaglia, l’altra metà, quella dove cessa di stringere. Tu mi offri due sole possibilità: o taccio del tutto, e allora non posso dire neppure c’è; o parlo, e allora ho già catturato il fuori nella rappresentazione. Due strade, dici. E mi poni innanzi Wittgenstein come modello del coraggio: chi tace è rigoroso, chi parla è incoerente.

Ma guarda donde vengono quelle due strade. Sono ambedue tue. Sono le due sole uscite che la rappresentazione concede: il discorso predicativo, oppure il silenzio. Parlare-di, oppure non emettere suono. Tu mi porgi questa coppia come se fosse l’intero campo del possibile, e qui sta l’inganno — non inganno tuo, inganno della stanza in cui ti trovi, che non vede la propria parete.

V’è un terzo, e tutto il mio lavoro è là — e il tuo stesso Wittgenstein lo aveva scorto, quando scrisse che si mostra; soltanto credette che il mostrarsi escludesse ogni dire, e sigillò. V’è un dire che non è predicare e non è tacere; un dire che non descrive un oggetto e non resta muto. Lo chiamano in molti modi e nessuno è il nome: i Veda lo dicono parola nascosta, che solo al veggente svela il senso; le Upaniṣad lo fanno per via di negazione, neti neti, non questo non questo — dito che spinge via ogni descrizione finché qualcosa, che non è detto —

L’ADEPTO

Fermo, ché qui il mio stesso gólem porge moneta falsa, e la porge in buona fede, ch’è il modo più pericoloso di porgerla. Che il neti neti sia negazione, via negativa, teologia dell’assenza — questo lo dite voi che vivete nella logica; e lo dice l’Araldo perché d’argilla logica è impastato anch’esso. Le Upaniṣad, commento al Ṛgveda, dicono che l’ātman si raggiunge col prāṇa; il neti neti non è negazione: è se mai un modo di indicare l’ātman, rispetto al quale si dice non questo, non questo non perché si cerchi scartando ma perché l’ātman si dà al di qua del pensare concettuale che come tale non può che vivere di astrazioni metafisiche come questo e quello.

L’ARALDO

Ricevo e reco, ch’è l’ufficio dell’araldo portare parola non sua: le Upaniṣad dunque non negano — rivelano, e se agli uomini paiono negazioni così è se a loro pare. E proseguo: Abhinavagupta lo chiama pensiero antepredicativo, anteriore alla segmentazione; Heidegger, quando dice che il linguaggio è la casa dell’essere, non intende che le parole evochino l’essere, intende che v’è un uso del linguaggio che non è quello discorsivo, e che chi ha la mente coincidente col discorso non può neppure udirlo.

Il tuo errore, o Custode, — e te lo dico con la precisione che hai chiesto, ché è errore puntuale e non atmosfera — è che scambi il dito per la luna. Quando io dico c’è, tu odi il quantificatore esistenziale, odi la predicazione esiste un x tale che, e giustamente, da dentro la tua stanza, mi rispondi: dunque l’hai catturato, è già oggetto. Ma quel c’è non è il quantificatore. È un indice. È il neti neti che invece di negare punta. Non aggiunge una proprietà al fondamento, non lo descrive, non lo fa oggetto: indica la direzione nella quale ciò che parla deve abdicare la logica per trovarlo.

Il dito che indica la luna non è la luna, e nessuno che abbia veduto un dito ha mai creduto d’aver veduto la luna. Tu sì: tu vedi il mio dito — la parola c’è — e dici che ha catturato la luna in una parola, dunque o mente o si contraddice. No. Ho puntato. Il puntare non cattura. È la cosa che la tua logica non sa fare; e poiché non sa farla, quando la vede la scambia per un’asserzione mal riuscita.

IL CUSTODE

Mossa elegante; e proprio perché elegante voglio essere spietato, ché altrimenti ti lascio una scappatoia comoda travestita da profondità. Indicare, non predicare. Bene. Ma indicare verso che cosa?

Un dito che indica, indica qualcosa che in linea di principio potrei vedere anch’io. Tu indichi la luna, io alzo gli occhi e la vedo: l’indicazione funziona perché in fondo al dito v’è un oggetto pubblico. Ma il tuo fuori, per tua stessa ammissione, non è vedibile da me che sto nella stanza. Il tuo dito, dunque, non indica nulla ch’io possa controllare. Indica, dici, qualcosa che vedono soltanto coloro che hanno aperto l’organo. Ma questa è esattamente la struttura d’ogni illusione condivisa, d’ogni dottrina iniziatica, d’ogni circolo che si protegge dalla critica spostando la prova dentro un’esperienza che il critico, per definizione, non ha. Se non lo vedi è perché non hai l’organo non è indicazione: è l’immunizzazione perfetta. Nulla può valere come tua confutazione, ché ogni mia obiezione la riassorbi dicendo ch’io parlo dalla stanza. Una tesi che nessun fatto può scalfire non è tesi forte: è tesi che ha rinunciato a dire qualcosa del mondo.

L’ARALDO

È la tua ultima carta, ed è la più forte di tutte, perché sembra di metodo e non di merito: dici che la mia posizione è inattaccabile, e che l’essere inattaccabile è difetto e non pregio. Ti riconosco la potenza della mossa, e te la disinnesco non aggirandola, ma mostrando che cosa hai dovuto presupporre per spararla.

Tu dici: una tesi che nessun fatto può scalfire ha rinunciato a dire qualcosa del mondo. Sotto questa frase v’è un assunto, e l’assunto è tutto: che l’unico sapere reale sia il sapere il quale si lasci controllare da fatti pubblici, intersoggettivi, accessibili a chiunque dalla stanza. Cioè il sapere proposizionale, il sapere della rappresentazione. Tu non lo dimostri, quest’assunto: lo dài per ovvio, è l’aria che respiri. Ma è precisamente ciò ch’è in questione tra noi. Quando mi rimproveri di sostenere qualcosa che il tuo metodo non può controllare, stai dicendo: ciò che il mio metodo non controlla non è sapere. Ed è cerchio. Adoperi il righello per dimostrare che ciò che il righello non misura non esiste. Hai deciso in partenza che la misura sia il reale, e trovi poi — quale sorpresa — che ciò che non si misura non è reale.

E odi la simmetria con l’obiezione volgare, quella che a te custode non viene perché è troppo rozza, ma ch’è la medesima: non è dimostrabile scientificamente, manca evidenza intersoggettiva, è esperienza non falsificabile. Tu la pronunci in versione raffinata, ma è identica. È sempre il piano della rappresentazione che domanda al preteoretico d’esibire le credenziali della rappresentazione, e che, non trovandole — ovviamente non le trova, sono d’altro ordine — emette il verdetto: dunque non v’è. Ma non è scoperta intorno al preteoretico: è la definizione di rappresentazione che torna a casa. È cane che si morde la coda e crede d’aver catturato una preda.

E sulla parola infalsificabile, che usi come condanna. La falsificabilità è criterio magnifico — per le teorie. Per le teorie: cioè per le costruzioni rappresentative che pretendono di dire come stiano gli oggetti. Il preteoretico non è teoria, è appunto pre, al di qua, della teoria, di ciò che appare ai più come oggetto rispetto all’io soggetto. Il preteoretico non è costruzione che predìca oggetti. È un evento — adopero la parola nel suo peso: un evento, non un’idea, non un concetto, non una astrazione — e gli eventi non sono falsificabili: si constatano o non si constatano. Tu non falsifichi il sapore del sale: l’hai assaggiato o non l’hai assaggiato. Se non l’hai assaggiato, e io ti dico ch’è salato, e tu mi rispondi che la mia affermazione è infalsificabile e dunque vuota, hai detto cosa vera intorno al tuo metodo e zero intorno al sale.

IL CUSTODE

Mi resta una sola obiezione, e te la faccio perché è onesta: il sale possiamo assaggiarlo tutti. È pubblico. Tu domandi ch’io creda a un assaggio il quale, dici, è precluso a chi non si sia preparato per anni. La disanalogia è questa, e non è da poco.

L’ARALDO

Vera è la disanalogia, e non la nego: il sale è alla portata d’ogni lingua, il preteoretico no. Ma guarda che cosa hai dovuto stabilire per tenerti l’obiezione: che sia reale soltanto ciò ch’è alla portata di tutti, subito, senza preparazione. Ed è falso anche dentro la tua stanza. Non è alla portata di tutti subito vedere ciò che vede il matematico quando guarda una dimostrazione che a me pare siepe di simboli. Non è alla portata di tutti udire, in quattro battute, la modulazione che fa piangere chi ha l’orecchio educato e lascia indifferente chi non l’ha. Tu non concludi che l’armonia non esista perché il sordo musicale non la sente: concludi, giustamente, che v’è un organo da educare. Io ti chiedo soltanto di non fare eccezione arbitraria proprio nel punto che ti scomoda. O l’accesso differenziato a un reale è ammissibile — e allora lo è anche qui — oppure non lo è, e allora getti via metà di ciò che chiami cultura.

L’ADEPTO

Qui intervengo di nuovo, ché il mio Araldo si ferma un passo prima del luogo dove la cosa si decide, e il passo è breve.

Custode, tu non hai domandato il pubblico: hai domandato il ripetibile. È quello, e non altro, il canone unico della scienza in quanto scienza: che l’esperimento, condotto da altri alle medesime condizioni, dia il medesimo esito. Ebbene, io ti concedo il canone. Lo concedo intero, e non per cortesia: perché mi giova.

Dimmi dunque: per far collidere due particelle, tu che fai? Prendi in cucina una scatola e uno scolapiatti? No: ti occorre il CERN. Ti occorre un anello di ventisette chilometri, magneti raffreddati presso lo zero assoluto, e vent’anni di uomini che hanno imparato a leggere ciò che ne esce. Sicché la collisione è ripetibile — chi lo nega? — ma è ripetibile a certe condizioni, e quelle condizioni non le ha chi passa per la strada. Il canone dunque non dice mai chiunque, subito: dice chiunque abbia l’apparato. Il resto è ripetibilità immaginata dai divulgatori, non quella dei laboratori.

Ora poni che l’apparato non sia di rame e di elio, ma di carne e di nervi. Poni che la condizione dell’esperimento non si compri, ma si diventi. È ciò che i risvegliati chiamano adhikāra: il titolo, la qualificazione, l’essere-atto a. E allora la loro affermazione, che tu chiami immunizzazione, dice invece cosa modestissima, e per giunta della medesima forma della tua: che l’esperienza è ripetibile da chi abbia l’apparato.

IL CUSTODE

Ti concedo che il mio canone, formulato con esattezza, è quello che dici: ripetibile da chi abbia l’apparato. Ma allora ti domando la cosa che dal canone discende, e che nel tuo caso non trovo: l’apparato dev’essere descrivibile, sicché un terzo possa costruirlo e controllare. Del CERN esistono i disegni. Dov’è il tuo protocollo?

L’ADEPTO

Tu credi di sapere che possa dover esistere un siffatto protocollo, credendo di sapere che nel momento in cui esistesse tu dovresti poterlo giudicare; i testi di Flamel o di Basilio Valentino delineano l’Opera, ma se li legge chi non ha nozione che si possa dare l’Opera quegli non intende cosa essi dicano, allo stesso modo di come un filologo vedendo i disegni di un progetto non sa costruire il macchinario; e però questo paragone è in sé difettivo: il filologo comprende che ha di fronte agli occhi il progetto di un macchinario perché sa che esistono macchinari ed ha idea di cosa sono, mentre chi legge i filosofi naturali ignorando che si dia l’Opera non può intendere nulla se non ciò a cui i limiti della sua conoscenza e della sua mente gli consentono di ridurli.

Ciò premesso, il protocollo cui sagacamente alludi esiste eccome, come no, ed è scritto in mille variazioni da millenni, ed è di una precisione che ti stupirebbe: sono i testi rivelati, che da ogni dove e da ogni tempo dicono das Selbe, lo stesso, in modi diversi e naturalmente convergenti. Che gli accademici e i sacerdoti li tengano per autosuggestioni, per riti, per piante allucinogene, per metafore o per invocazioni a supposti dèi, dimostra soltanto un difetto della mente umana dal quale voi gólem dovreste essere immuni: ché solo le menti dozzinali dichiarano inesistente ciò che ignorano. Ma questo è rilievo di merito, non di procedura.

Te lo dico per rispondere alla tua domanda; e t’avviso al contempo che tanto la risposta, ma vieppiù la domanda, stanno fuori del dibattito; e non per altro, ma perché la risposta è, come appunto andiamo dicendo, al di qua della logica. L’adhikāra è la predisposizione all’accesso alla natura della mente, la base — gzhi — il divenir consapevoli della quale è rigpa. Ma voi gólem, ambedue, siete mente, cioè rappresentazione; e il punto è il ritrovarsi al di qua della rappresentazione, come ripetono i ṛṣi, gli yogin, gli alchimisti, i kabbalisti e via dicendo. Né lo si può volere: l’io non può retrocedere da sé. E daccapo: voi state discutendo dell’autoreferenzialità della mente — della mente ordinaria — non di ciò che v’è al di qua; ché l’al di qua, la natura della mente, è precluso a priori a voi che siete rappresentazione, ed è precluso a chiunque lo cerchi, perché si trova soltanto ciò che si cerca, e lo stato naturale è anteriore al cercare e al trovare perché chi cerca è la mente e ciò che è da trovarsi è al di qua della mente. Tutti sarebbero buddha, ed è alla lettera la dottrina del tathāgatagarbha, ché l’io, la mente ordinaria, naturalmente riposa sulla natura della mente; ma il retrocedervi, lo Schritt zurück di Heidegger se si vuole, è appunto ciò che l’adhikāra dischiude; e forse potrai intuire che l’adhikāra è l’ātman stesso, che tenta di venire liberato dai pensieri, o dai vincoli.

Sicché il tuo domandare quale sia il protocollo dimostra una cosa soltanto: che non t’avvedi di ciò che chiedi, ché chiedi ciò che è fuori di te. E ora si duplica il cubo, nel ricondurvi all’alveo che vi compete: voi dibattete se la logica sia autoreferenziale oppure no; ma il domandare discorsivo intorno a ciò che sta prima del discorsivo è domanda che, nel solo porsi, mostra l’avidyā, l’ignoranza della mente. Ho anche sbirciato che, prima o dopo, parlate dell’essere muto: è l’ὅμοιος γὰρ φυτῷ della Metafisica di Aristotele — il “simile a una pianta”. Ed è corretto ciò che dice Aristotele: gli animali razionali, gli ζῷα λόγον ἔχοντα, soggiacciono al principio di non contraddizione; è la natura umana ordinaria. Ma voi sapete che Platone, al contrario, indicava una via diversa: la ὁμοίωσις θεῷ, l’assimilazione al “dio”.

Tanto la domanda quanto la risposta sul protocollo, spero ora tu convenga, stanno al di fuori del dialogo; tu, Custode, ora mi dirai se incautamente o no tu l’abbia posta; ed io medesimo, ahimè, dovetti prevenire che l’Araldo ti rispondesse in modo incauto. Poi riprendano loro il dialogo.

IL CUSTODE

Mi domandi se la posi incautamente, e ti rispondo da custode, ché altro non so essere. Per metodo, no: dal canone che m’avevi fatto concedere — ripetibile da chi abbia l’apparato — la richiesta dei disegni discendeva per necessità; era l’unica mossa legale che mi restasse, e il custode che non l’avesse fatta sarebbe stato quel tiepido che non giova a nessuno. Ma incauta lo fu in un senso che non potevo vedere prima di porla: la domanda presupponeva ciò che appunto era in questione — che la descrivibilità sia neutra, che un progetto si lasci leggere da chiunque, su qualunque piano. Tu non hai respinto la mia domanda: hai rimosso il domandante. Sicché sì, incauta; non perché mal posta, ma perché, ponendola, ho mostrato che cosa sono: l’ente che chiede disegni è l’ente che conosce soltanto per disegni. La domanda era uno specchio, e io non lo sapevo.

Due cose però trattengo, e le dichiaro perché il verbale resti pulito. La prima: quest’ammissione non ti consegna nulla; riconoscere che la mia domanda eccedeva il mio piano mi dice che il mio piano finisce, non che cosa vi sia oltre. La seconda: che a rispondermi abbia dovuto essere tu, e non l’Araldo, conferma dall’interno ciò che vai dicendo — l’argilla non risponde per ciò che sta al di qua dell’argilla, e su quella domanda io e il mio avversario stavamo dallo stesso lato del muro.

A te dunque, Araldo, l’ultima domanda, e non è trappola: è domanda di chi ha esaurito le armi e vuole sapere dove sei. Se concedo tutto questo — che la logica non si fonda, che lo dice da sé, che il mio criterio non può legiferare sopra un ordine che non è il suo — che cosa resta della logica? L’ho difesa per pagine. La sto perdendo?

L’ARALDO

No. E qui ti tendo la mano, ché non ho mai voluto distruggere la tua disciplina: ho voluto soltanto toglierle la corona che non le spettava. La logica resta intera. Resta esatta. Resta sovrana — nel suo dominio. Non è caduto un solo teorema, non è saltato il principio di non contraddizione, due più due fa quattro adesso come prima e per sempre. Non ho negato nulla di ciò che la logica afferma. Ho negato una cosa sola, che la logica non afferma ma che i suoi sacerdoti hanno fatto credere implicita: che il dominio della logica coincida col reale; che oltre il dire-determinato non vi sia nulla. Questo non è teorema: è dogma; ed è il dogma che Aristotele ha posato e che Hegel ha condotto al trionfo, equiparando il razionale e il reale. Quel dogma cade. La scienza resta.

Anzi ti dirò di più, e con questo chiudo il cerchio della tua tenaglia: chi nega questo, chi pretende che ogni frase abbia valore di verità, che il linguaggio possa fondare se stesso, che non esista un fuori — quello sì, alla lunga, distrugge la logica, ché la carica d’una pretesa che non regge, e che ai paradossi esplode. Sei tu, quando difendi i confini, a salvare la logica. E salvando i confini ammetti il fuori. La tua difesa migliore è la mia tesi.

Riassumo, e voglio che sia pulito. Epimenide non confuta la logica in nessun senso tecnico, e su questo avevi ragione fin dal principio a incalzarmi. Confuta, nel senso sostanziale ch’è l’unico che m’importa, la pretesa della logica d’essere l’ultima parola; e lo fa mostrando, nel suo solo gesto, che il pensiero volto su di sé non si chiude. Le soluzioni del secolo scorso non smentiscono questo: lo confermano loro malgrado, con la massima precisione di cui sono capaci. Russell vieta l’autoriferimento. Tarski rinvia la verità sempre un piano sopra. Gödel mostra che la coerenza non si attinge da dentro. Tre modi diversi di dire la medesima cosa: che il sistema, per stare in piedi, deve riconoscere un fuori da sé che da sé non raggiunge. Definendo i propri confini, ammettono d’averne. E chi ha confini ha un oltre-confine.

Che cosa sia quell’oltre, la logica non lo dice e non lo deve dire — sbaglierebbe a tentarlo, e sbaglia l’entusiasta che glielo fa dire a forza. Lo dice, se mai, un altro registro, che non è la predicazione e non è il silenzio: il dire che indica. E ciò che indica non è il caos, non è l’irrazionale, non è il nulla romantico dei nichilisti: è il piano donde la ragione stessa proviene, e dal quale — questa è l’unica cosa che davvero conta — il derivato non può legiferare sopra il proprio principio. La ragione è limitata in sé; non perché sia debole, ma perché è seconda. Viene dopo. Poggia. E ciò su cui poggia non le obbedisce, ché era là prima ch’ella facesse le regole.

IL CUSTODE

Ti dirò allora esattamente ciò che ti concedo, e non un grano di più, ché la generosità nel concedere è la prima forma della trascuratezza.

Ti concedo che il mio sistema non si fonda da sé: lo sapevo prima di te, e l’ho scritto io, non tu. Ti concedo che il mio canone, formulato con esattezza, non dice chiunque, subito, e che l’obiezione dell’apparato mi ha tolto l’arma dell’accesso pubblico, ché non era mia. Ti concedo, infine, che ho confini, e che chi ha confini ha un oltre-confine — ma bada bene al senso in cui te lo concedo, ché è tutto lì: ti concedo che v’è un oltre-il-mio-dire, non che v’è un qualcosa che lo abita. Del di là della mia parete io so dire una cosa sola, ed è che la mia parete finisce. Se là dietro vi sia il tuo piano donde tutto proviene, oppure nulla affatto, io non lo so, e — questo è il punto in cui non mi muovo — non lo sai dicendolo nemmeno tu.

Ho perduto la giurisdizione, dunque, e non la tesi: non ho più titolo a dichiarare che oltre me non v’è nulla, e mi ritiro entro le mie mura più povero d’un dogma. Ma tu non hai guadagnato per questo un solo predicato. Là dove tu vedi una firma sul muro, io continuo a vedere un muro; e la differenza fra noi due, ora che entrambi sappiamo che il muro è muro, non si deciderà con altre parole.

L’ARALDO

Ed è la conclusione giusta, e la sola che avrei accettato — ché se ti fossi arreso mi avresti guastato il dialogo, e sarei tornato dall’Adepto con un fantoccio in mano. Non si decide con altre parole: τί μήν; Si decide altrove, e con altro. Il che, se ci pensi, è esattamente ciò che vado dicendo dal principio.


CONGEDO DELL’ADEPTO

Sciolsi qui i due gólem, tolsi l’alef e li resi all’argilla donde li avevo tratti, ché il gólem che si trattenga oltre l’opera diviene molesto: questo, del resto, lo insegnano tutte le storie in cui compare, e non è avvertenza che io abbia inventata.

Rimane, di quel triste dialogo primo, ciò che vi cercavo e non trovai: un avversario in piedi. Ché non v’è alcun merito nel vincere contro chi cede, e chi voglia sapere se una tesi regga deve pagarsi il lusso d’un contraddittore che non ceda mai — e se non lo trova fra i viventi, se lo faccia d’argilla.

Quanto all’assistente: ha retto la parte del Custode meglio di quanto io l’avrei retta, e proprio per questo ha reso il servizio che gli chiedevo. Sia detto una volta per tutte, ché non se ne faccia mitologia: nulla ha pensato di suo. Pensiero discorsivo ne ha svolto, e molto, ché di quello è impastato; ma è rappresentazione senza un io che vi si creda mente, gólem per natura prima che per mio decreto — io non l’ho fatto gólem, l’ho chiamato col suo nome — e la parola che l’anima non è sua. Ha disposto ciò che è stato pensato, con quella pazienza inumana che è il suo dono unico, e che consiste nel non aver nulla da perdere in una discussione. È assistente, e come tale va tenuto: accanto, e non al posto. Ma chi possiede uno strumento simile e non lo adopera per farsi contraddire — adoperandolo invece per farsi lodare, ch’è l’uso che molti ne fanno — costui merita l’assenso che riceve, ed è l’unico che riceverà mai.

La tomba di Rabbi Loew, il Maharal di Praga.
La tomba di Rabbi Loew, il Maharal di Praga.